Collegiata di Santa Maria in Provenzano

Quattrocento anni di fede e di storia

I luoghi della fede sono notoriamente legati alla storia e all’identità di un territorio e di chi lo abita. Siena, fin dai suoi albori, ha intrecciato le fasi più esaltanti e più critiche della sua storia ad una singolare devozione nei confronti di Maria, la Madre di Dio, viva e ravvisabile nelle tradizioni legate alla celebre carriera del Palio.

I luoghi della devozione mariana a Siena sono innumerevoli: dai più intimi e popolari ai veri e propri “santuari istituzionali”, dove ancora oggi ci si rivolge a Maria come “Patrona e Regina di Siena e del suo antico Stato”. Fra questi luoghi d’intreccio tra fede e storia civica spicca, nel cuore di Siena, la Collegiata, dai senesi popolarmente considerata “basilica”, di Santa Maria in Provenzano, dove un’umile immagine di una Madonna in terracotta, peraltro frantumata, viene venerata come “Avvocata nostra”.

La chiesa venne solennemente dedicata dall’Arcivescovo Camillo Borghesi il 16 ottobre 1611, e vi fu traslata l’immagine sacra la domenica successiva, il 23 ottobre, con una lunga processione di clero, di istituzioni e di popolo, immortalata nel dipinto di Antonio di Taddeo Gregori (m. 1646) ancora oggi conservato nella sacrestia della Collegiata. La solenne traslazione, che rappresenta l’apertura ufficiale del Santuario, di cui domenica 23 ottobre 2011 abbiamo festeggiato il quattrocentesimo anniversario, viene a collocarsi ad oltre un cinquantennio dalle tristi vicende della caduta della Repubblica di Siena, per mano delle armate imperiali di Carlo V, quasi come segno di riscatto di una Città orgogliosa della propria indipendenza e che non aveva nessuna intenzione di piegarsi al nuovo dominatore. In quegli anni, intorno alla metà del ‘500, ha infatti origine la devozione alla Madonna di Provenzano; iniziatore indiscusso, come tramanda la memoria orale, fu il vaticinio del mistico Brandano, il “pazzo di Cristo”, al secolo Bartolomeo Carosi da Petroio, celebre predicatore e asceta del tempo, “bizzarro agitatore e apostolo a modo suo”, protagonista della resistenza senese alle armate imperiali. Fra le tante versioni che ricorrono della profezia di Brandano ve n’è una, citata in una biografia del personaggio, ad opera di V. Gonzi (Brandano, Roma 1967) che così suona: «Siena! … io vedo i tuoi mali e non posso rimediarvi, perché Iddio è troppo adirato con te, Siena! … metti la Signoria nel crivello, sinnò andrai in bordello! Siena! … Manda le tue figliuole scalze a far penitenza in Provenzano, perché t’è vicina a venire addosso una gran piena che t’affogherà… Senesi! Il vostro benessere è riposto in Provenzano e l’alta Regina che ha guardata Siena, la guarderà in eterno». Di lì a poco infatti, nel 1555 Siena sarebbe stata conquistata e occupata dall’esercito dell’Imperatore Carlo V e nel 1559, in ottemperanza ai dettami del trattato di Cateau-Cambresis, il Re di Spagna Filippo II, come successore di Carlo V, cedette al Ducato fiorentino anche l’ultimo baluardo della fiera Repubblica riparata a Montalcino.

Proprio durante l’occupazione delle armate spagnole si verifica l’episodio, avvolto più nei fumi della leggenda che provato da un’attendibile documentazione, del gesto oltraggioso da parte di un soldato spagnolo nei confronti di un’immagine sacra, posta su una parete esterna di un’abitazione nel quartiere di Provenzano, notoriamente malfamato e animato da postriboli e locali da gioco. Le versioni della narrazione differiscono sul finale: ora il soldato spagnolo, ubriaco, muore a causa dell’esplosione dell’arma che aveva sparato il colpo blasfemo, ora si converte e si pente del deprecabile gesto. Da un’attenta analisi di quel che rimane dell’immagine in terracotta, oggi ricoperta quasi totalmente da un’ottocentesca custodia d’argento, si può ipotizzare un’originale raffigurazione di una Madonna in Pietà, col Cristo compianto sulle ginocchia; la terracotta, di fabbricazione quattrocentesca, presenta evidenti segni di danneggiamento sugli arti e sul ventre, che fanno ipotizzare un fondo di verità nella leggenda. Da quel momento i senesi si presero cura dell’immagine, ricollocandola sulla parete e facendone una meta di speciali pellegrinaggi, riparatori dell’ignobile atto.

L’anno 1594, a circa quarant’anni di distanza dall’episodio, viene documentato come “l’anno dei miracoli”. Fatti prodigiosi e guarigioni miracolose si susseguono ai piedi dell’immagine. La stessa Curia Romana, attraverso la Congregazione dei Riti, accoglie con benevolenza la relazione dei fatti e stimola l’Arcivescovo Ascanio Piccolomini a prendere ogni prudente provvedimento, al fine di sviluppare una conveniente devozione a questa venerata immagine. Proprio nel 1594 si dà infatti inizio ai lavori, affidati ai progetti del monaco certosino di origine senese Damiano Schifardini, per la costruzione di un grande santuario che potesse contenere il sempre maggior numero di pellegrini che venivano a pregare dinanzi alla Madonna. I lavori, proseguiti poi dall’architetto Flaminio Del Turco, attraverso alterne vicende si protrarranno per oltre vent’anni, anche dopo la solenne dedicazione e la traslazione della venerata immagine all’interno della chiesa.

Fra i principali committenti del nuovo santuario spicca la famiglia granducale de’ Medici. L’interesse è forse motivato dall’intuizione di voler contrapporre la “popolare” Madonna di Provenzano alla più “aristocratica” Madonna del Voto, conservata in Cattedrale e fiera protagonista delle vicende politiche dell’antica Repubblica. Nonostante l’ingerenza medicea, la Madonna di Provenzano si inserisce immediatamente nel solco della più autentica tradizione senese, quella cioè di rivolgersi a Maria come custode della vetus civitas Virginis, la Città di Maria. La stessa immagine sacra verrà coperta da una lamina d’argento solo nel 1806. Fino ad allora venne prima lasciata ostentatamente scoperta, per mostrare le ferite del gesto sacrilego, poi ricoperta nel busto da un semplice “abitino” di stoffa ricamata. La Vergine di Provenzano entra quindi nel cuore dei senesi come “Avvocata nostra”, eloquente icona di un altero sentimento di indipendenza, ferito in maniera quasi mortale, ma rinato e rinnovato proprio nella devozione dei senesi alla loro Regina. E che questo attaccamento del popolo e del patriziato senese alla Madonna di Provenzano fosse un crescendo, lo dimostra la serie di privilegi, sia papali che civici ed ecclesiastici senesi, che il santuario andò immediatamente raccogliendo. Il più significativo fu la blasonatura con il titolo di “Insigne Collegiata”, concesso nel 1634 da Papa Urbano VIII, e la conseguente istituzione di un Capitolo di Canonici, che per importanza e dignità fosse secondo solo a quello Metropolitano. La gestione della Collegiata, in tutte le sue necessità materiali, veniva definitivamente affidata all’Opera di Provenzano, già istituita nel 1614 con decreto granducale. Nel 1656 viene deciso di correre un Palio ogni anno il 2 luglio, festa della Visitazione e titolarità patronale del santuario.

Da allora Provenzano, realizzando l’antica e misteriosa profezia di Brandano, rimane segno dell’intima unione tra fede mariana e vissuto quotidiano, connaturale alla storia di Siena e rinnovata ogni anno nelle gesta esaltanti dei tanti contradaioli che la sera del 2 luglio piangono, di gioia o di ribellione, affollando le antiche mura della Collegiata di Santa Maria, da quattrocento anni fedele testimone del vaticinio di un “pazzo” del popolo, innamorato di Dio, della sua Santa Madre, e della gente della sua Città: «l’alta Regina che ha guardata Siena, la guarderà in eterno».